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Asilo nido sì asilo nido no

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La scelta di fare la mamma a tempo pieno è una scelta molto personale, ogni donna sceglie rispetto alla sua voce interiore, ti consiglio di ascolarla quando prima. Quando la mia bimba aveva compiuto undici mesi, mi accingevo a ricominciare a lavorare. Stando all’estero e dovendo fare i conti con la lingua potevo permettermi di pensare per il momento a dover fare la gavetta, ciò vuol dire non pretendere subito il lavoro della vita, ma di accettare con umiltà quello che mi capitava, per cominciare a farmi un’esperienza. Trovai lavoro in un call center, volevano persone che parlassero italiano, inglese e spagnolo, tutti requisiti che avevo. L’orario era buono per una mamma, dalle ore 8 alle 14. Certo mi sarei dovuta svegliare alle 6, e con una bimba di undici mesi che magari si sveglia ancora di notte non era il massimo dell’aspettativa, ma dovevo accettare la realtà, così accettai la proposta di lavoro dopo aver passato la selezione al colloquio. Ero parecchio entusiasta di riprendere in mano la mia vita indipendente dalla famiglia dopo undici mesi di vita solo da mamma. Avevo cominciato a lavorare dall’età di diciannove anni per pagarmi gli studi universitari, non ero abituata a stare senza lavorare per così tanto tempo, in più considerando che ero all’estero. Tutto era pronto, ma chi mi avrebbe tenuto la mia bambina così piccola? Vivendo all’estero non godevo del supporto dei nonni. Di baby-sitter non se ne parlava, con rispetto parlando per la categoria (anche io ho lavorato da ragazza come baby-sitter), non ci fidavamo di lasciare la nostra piccola a persone che non conoscevamo, seppur fidate. Insomma cosa fare? La risposta fu: asilo nido. Cominciai a fare domanda per uno pubblico. A Barcellona, come so da amiche che anche a Roma funziona così, ci si accede per sorteggio. Ci sono pochi posti e bisogna davvero avere fortuna per entrare. Ecco, quel lonano giorno di maggio compilai la domanda quasi con pigrizia, figurati se pescano me! Indovinate come andò a finire? Sì, mi sorteggiarono, la mia bambina era entrata, wow, che gioia! Mio marito e io ne eravamo entusiasti, avrei ricominciato a lavorare, avrei di nuovo riconquistato la mia indipendenza, avrei cominciato a lavorare fuori dall’Italia per la prima volta, insomma tutto procedeva come sperato. Ma. Ma accadde che portammo la nostra bimba a fare l’inserimento al nido. Sei giorni di adattamento per farla ambientare all’idea che la mamma non rimanesse con lei e che lei fosse distratta dalle maestre con giochi e con l’interazione con gli altri bimbi. Beh, non ci crederete, oppure sì, dipende dai punti di vista. Dopo sei giorni mi risultò chiaro ciò che cominciavano a essere veri e propri segnali di sensi di colpa. La bambina reagiva male. Ogni volta che la lasciavo al nido e che la andavo a riprendere piangeva. Va beh, mi dicevo, è piccola, cosa ti vuoi aspettare? Partendo dalla premessa che ogni bimbo è un mondo a sè per carattere, per educazione, per inclinazione personali, la mia bimba era di sicuro contraria a questa novità e me lo stava facendo capire come meglio poteva, visto che no parlava, con il pianto. Da lì a qualche giorno avrei cominciato il mio nuovo lavoro, ma non avevo la giusta serenità per affronare la novità pimapante come prima, qualcosa stava cambiando dentro di me. Quando la sera a cena mi ritrovavo con mio marito gli raccontavo i miei stati d’animo. Non sono convinta, gli dicevo, sento che non è la strada pèr noi questa del lavoro e del nido, la bimba è ancora troppo piccola. Mio marito replicava che dovevo perseverare, che si sarebbe adattata. Tutti più o meno mi dicevano così, dalle tempo, la bambina presto si abituerà e vedrai che è normale se piange un po`, sii dura. C’era qualcosa che non mi convinceva, qualcosa dentro di me mi stava allertando a capire bene la situazione. Il mio consiglio è quello di avere fiducia in quello che senti e di seguirlo. Era il mio istinto che bussava alla porta della consapevolezza. Toc toc, cè nessuno lì? Cara mamma, hai capito che forse per te questa strada non va bene, ti fai troppi problemi, consideri troppo i sentimenti della tua bimba piccola? Sta piangendo, e che sarà mai? Lasciala piangere al nido, si abituerà. Ma che si abituerà! Alla fine la mia voce interiore ha scandito per bene la frase-risposta con annessa sensazione di errore. Per la nostra famiglia così non poteva andare. Il sesto giorno scoppiai anche io a piangere nell’aula del nido, perché la mia carica d’empatia era troppo alta. Volli parlare con la direttrice dell’asilo nido. Vorrei ritirare la piccola. Siediti, mi fece lei, qual è il problema? Glielo esposi. Lei mi chiese perché volessi portare mia figlia al nido. Perché vorrei essere una donna moderna, risposi, vorrei lavorare e essere mamma. La direttrice mi disse che da lì in poi mi avrebbe parlato come a una amica. Mi confidò che lei stessa si era ritirata sei anni per crescere i suoi due figli. Come pedagoga mi disse che i bimbi secondo manuale dovrebbero rimanere i primi tre anni a casa con la mamma e solo dopo iniziare una vita sociale. Insomma, mi parlava con il cuore, alla fine della conversazione (tutta in spagnolo) capii che la pensava come me. Se stai ancora leggendo, converrai con me che i dubbi erano tanti, ma che alla fine avevo trovato la mia strada, cioè essere una mamma a tempo pieno. Accettare questo ruolo con consapevolezza mi tramutò in una donna libera, l’avevo scelto io. Non avendo a Barcellona nè famiglia, nè nonni, nè zii, non me la sentivo di togliere a mia figlia anche la mamma. Richiamai il datore di lavoro della nuova azienda, lo ringrazia per l’offerta e gli dissi, ci rivediamo tra tre anni. Attaccai con la sensazione di essere fedele a me stessa. Cominciai così a fare la mamma a tempo pieno.

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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