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Il pianto dei neonati e il tenerli in braccio

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La parte più corposa e densa di contenuti riguarda primi giorni dopo il parto. La neomamma e il neopapà sono alle prese con un mondo tutto nuovo. Quanti dubbi, quante domande! Mio marito e io, mi ricordo, ci ponevamo spesso mille ipotesi. È il momento del sonnellino? E ora che c’ha? Gli abbiamo cambiato il pannolino, ha mangiato, e adesso perché piange? Si fanno tante supposizioni, poi è l’istinto che subentra e ci guida. Come ho avuto modo già di scrivere in un mio articolo sul tema, l’istinto materno (e paterno, certo) è il naturale libretto delle istruzioni, lo abbiamo dentro di noi. Si comincia a formare piano piano durante i nove mesi della gradivanza e poi si consolida con il fatto di essere diventati genitori, dopo il parto. Seguire il nostro istinto è un modo naturale per capire cosa ha nostro figlio appena nato ed entrare a far parte di questo nuovo mondo neonatale. Andando avanti con i giorni, una mamma imparerà a riconoscere un pianto di fame, da quello di ricerca di conforto, da quello di necessità di essere pulito, insomma il neonato usa il pianto per comunicarci che qualcosa non va, che ha bisogno di conforto, di aiuto. La natura, intelligente e lungimirante, ha fatto in modo che, se da una parte i neonati sono così graziosi, dall’altra hanno i polmoni forti e le corde vocali potenti per farci arrivare subito alle orecchie il loro richiamo disperato . Disperato, perché è così che appare nella maggior parte dei casi un pianto di un neonato, poi nei mesi il suono e le frequenze si attenueranno. Se pensiamo che per nove lunghi mesi prima un neonato, prima feto, stava al calduccio del grembo materno, al sicuro, con il cibo che la mamma gli passava attraverso la placenta e il cordone ombelicale ogni volta che voleva, in un mondo comodo, proterto da luci, da voci e da suoni troppo alti. Quante situazioni i neonati devono imparare a vivere fin da subito. Mi fanno tanta tenerezza! Situazioni nuove, mai vissute prima. Sono in pochi giorni capaci di fare piccoli grandi progressi, che fanno parte, appunto, della loro crescita. Secondo me la vita tra le tante cose ci insegna ciò, saper superare le difficoltà; imparare a farlo con il conforto e una guida genitoriale sarebbe l’ideale. Quante volte mi è capitato di sentire piangere i miei figli neonati. Avevano due modi di comunicare differenti, sia per l’intensità del pianto, che per le frequenze, che per i suoni. La mia prima bimba più che piangere strillava. Il suo era, per la maggior parte delle volte un pianto disperato. Un po’ per il suo carattere, un po’ penso anche per come fosse venuta al mondo, credo che un peso ce l’abbia l’uso del forcipe alla sua nascita. In Spagna lo utilizzano più che in Italia. Dopo trentasei ore di travaglio i medici hanno usato questo strumento per farla nascere, mamma mia che ricordi! A parte questi, che si superano, credo che la bimba abbia sofferto il parto, sia a livello inconscio che conscio. Anche il feto è attivo durante il parto. Insomma la mia dolce amata bebè quando piangeva si trasformava in un agguerrito bebè, al quale mancava poco che gli uscisse il fuoco dalle piccole dolci fauci! Sto ironizzando, ovvio, amore di mamma e papà! Da questo spunto però il passaggio a parlare di stanchezza mentale neogenitoriale, oltre a quella fisica è automatica. E ora che ha? Perché piange di nuovo? Pazienza. Ce ne vuole molta. La maggior parte delle volte la mia bebè si calmava quando la prendevo in braccio, piano piano avevo imparato che ogni tanto voleva solo questo, rassicurazione. Anche qui ci spingiamo in un territorio dai pareri discordanti. La prima pediatra che aveva in cura mia figlia per i primi mesi di vita si faceva aiutare da un’infermiera, la quale mi consigliò alcuni rimedi davvero discutibili. Quando andavo da lei per i primi controlli si raccomandava di lasciare piangere la neonata nel proprio nettino e di non toccarla, così avrebbe imparato che avrebbe dovuto calmarsi da sola. Mia mamma stava con me durante quelle prime visite, perché durante la quarantena era venuta a darmi una mano. Ecco, lei lo spagnolo non lo parlava nè lo conosceva, ma capì tutto. Una volta a casa cominciammo a commentare. Come si può consigliare a una mamma di un bebè appena nato di lasciarlo piangere da solo nella sua culla senza offrigli del contatto fisico? Il mio istinto mi diceva che ciò non faceva per me, per noi. I neonati prima dei tre mesi neanche ci vedono bene, come si può insegnargli che il rimanere da soli a piangere sia una cosa giusta, a quella età poi? Stavano nella pancia della mamma fino a qualche giorno prima! Mi capitò anche di sentire qualcuno che sosteneva che prendere i bebè in braccio può viziarli. Anche ciò era ed è davvero assurdo per le mie orecchie. Voi che ne pensate? Quale scelta avete intrapreso a riguardo? Penso che fin dall’inizio della nuova avventura genitoriale ci voglia tanta pazienza, tanta dedizione, tanto amore, ma non così per dire, per davvero. Se ci pensiamo bene i nostri figli quando nascono hanno solo noi per sopravvivere. Mi spiego meglio. Un neonato è un esserino indifeso, piccolo, quasi non vedente, spaventato per il mondo nuovo di luci e suoni che prima non conosceva, ai quali giorno dopo giorno deve abituarsi. Se non interessa a noi genitori il loro benessere, a chi interesserà davvero? Siamo noi neogenitori gli unici responsabili della sua salute psicofisica, con l’aiuto del pediatra, certo. Riguardo al mondo dei neonati c’è da dire molto, da provare altrettanto, da vivere ancora di più. Per ogni neocoppia di genitori ci sarà un’esperienza univoca. Ognuna vivrà momenti unici ed irripetibili. I nostri figli crescono e quei momenti lì non tornano. Neogenitori, mamme e papà godete dei momenti dei vostri figli e delegate il meno possibile l’educazione ad altri. Il sacrificio, nel senso etimologico, vale di essere vissuto in pieno, perché ripagato da tanto amore.

Voi che ne pensate? Siete contrari o a favore? Siete invitati a lasciare un commento e a iscrivervi al blog.

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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