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Notte fuori in gita (colonia) a P3, P4 o P5, quando mandarci i propri figli?

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Qualche giorno fa mi è capitato il seguente episodio. Quando vado a riprendere mia figlia a scuola, che frequenta P5 (l’ultimo anno di materna), mi accorgo che in mano ha un foglietto volante. Saluto la bimba e leggo velocemente di che si tratta. Ci si informava, a noi genitori, di rispondere SÌ o No riguardo a una questione molto semplice, scegliere di mandare i propri figli a una gita, durante la quale si sarebbe trascorsa una notte fuori. Subito sgrano gli occhi. Per fortuna la maestra stava lì e subito le chiedo se non fosse troppo presto anticipare questa esperienza a bimbi così piccoli. Lei con fare molto tranquillo mi risponde (conversazione tutta in catalano), i bambini se lo passano molto bene! Stop ai commenti. Ho cercato di continuare con la mia confutazione da mamma italiana, non dico preoccupata, ma che sarebbe voluta essere prima informata di più sui fatti. A quel punto la maestra, sempre in catalano, mi risponde che ora si tratta di dare l’adesione o no, per poter prenotare la casa di colonia, poi in un secondo momento ci sarà una riunione informativa. A quel punto il mio sconcerto cresce, ma cerco di rimanere calma, ed in modo educato saluto e torno a casa.

Noi genitori abbiamo ricevuto comunicazione per mandare i nostri figli una notte fuori a soli cinque anni tramite un bigliettino, che ci consegnano i figli stessi? Mentre torno a casa parlo con la mia bimba, che è già al corrente del contenuto del foglietto, e mi esclama, mamma ti prego ci posso andare alla colonia?! Ecco, in quel momento mia figlia di cinque anni si trasforma improvvisamente in una quindicenne spettinata con i pantaloni bucati che mi chiede per la prima volta di andare a dormire a casa della sua migliore amica. Mentre cercavo di risponderle con calma che mamma e papà ne avrebbero parlato, mi sentivo dubbiosa. Mio marito e io, entrambi italiani (questo è bene sottolinearlo quando si parla di rapportarsi ad un’ altra cultura), da quella sera ci abbiamo cominciato a ragionare. Abbiamo riflettuto su tanti aspetti, facendoci delle domande: se sia giusto anticipare i tempi, se la società di oggi non vada troppo veloce, come la scuola avrebbe potuto creare in modo diverso un canale comunicativo con le famiglie, più approfondito, più chiaro. Cominciavamo a sentirci incompresi e soli. Quando si vive all’estero ci si sente fuori e dentro a metà. Apprendiamo la nuova cultura, il cibo, la lingua, le tradizioni, le feste, ma ci portiamo dietro il confronto inequivocabile con la nostra cultura di origine e con le sue tempistiche. Oggi sono qui a scrivere questo articolo, proprio perché mi piacerebbe creare un confronto con voi genitori che leggete. Tra di voi ci saranno, italiani che vivono in Italia, italiani che vivono in Catalogna o in Spagna, altri in altre nazioni e tutto ciò per motivi diversi. Molti di voi si sono voluti allontanare dal modo di pensare italiano, altri forse lo rimpiagnono, per altri è meglio il senso pratico nordeuropeo, etc etc… Insomma, lo scopo dell’articolo è capire se siamo noi italiani a pensare troppo e quali siano invece i diversi parametri di scelta. Forse in altre parti d’Europa o del mondo si ha meno senso critico riguardo a queste tematiche delicate, come la prima gita con pernottamento fuori casa di una figlia o un figlio di cinque anni.

Ciò che successe il giorno seguente fu una vera sorpresa. Noi genitori avevamo queste famose quarantotto ore per decidere ciò che si sarebbe svolto a maggio. Quando vado a riprendere mia figlia, anche il giorno dopo, la prima cosa che mi dice è di nuovo, mamma per favore mi mandi alla colonia? Se si potessero leggere sulla fronte i pensieri, i miei confuivano in un NO secco, ma ho preferito rimandare la risposta. Quella sera con mio marito abbiamo deciso di agire. Senza polemica, ma solo per chiarire che noi italiani avevamo dei dubbi, mandiamo un messaggio sul Gruppo dei genitori della classe. Ecco, ciò che accadde ebbe qualcosa di sorprendente. Molte mamme e molti papà cominciarono a rispondere che il proprio figlio avrebbe trascorso la notte fuori alla gita senza ombra di dubbio. Poi continuavano a scrivere che quella della colonia sarebbe stata solo un’esperienza positiva, che il figlio e la figlia ne erano entusiasti. Insomma ciò che appariva in chat era che nessuna famiglia si fosse posta algun dubbio tranne noi, a no, anche l’altra famiglia italiana che ha il figlio in classe con mia figlia aveva reclamato più informazioni, della quale mamma sono amica. Quasi tutte le famiglie, passatemelo, forse mi sbaglio, rispondevano con leggerezza, o era qualcos’altro? Da quel momento mi cominciò un gran mal di pancia. Stavo cominciando a capire che la visione mia e di mio marito non solo era in minoranza, ma che neanche era stata presa in considerazione. Anzi, una mamma tra queste super entusiaste, aggiunse al suo messaggio di risposta che la figlia aveva già fatto l’esperienza della notte fuori a soli tre anni. Avete letto bene, tre anni! Ora mi chiedo, forse voi che leggete mi potrete lasciare un commento per darmi una delucidazione sul perché, su quale sia la linea pedagogica. Il giorno dopo dovevamo consegnare il biglietto con la risposta, tramite nostra figlia (triangolazione della scuola), senza poter parlare prima con nessuna maestra. Al che, la mattina quando mia figlia si alza dal letto mio marito e io le comunichiamo che sì che avrebbe fatto la colonia, ma a partire dal prossimo ciclo, cioè quando sarebbe stata un po’ più grande, ai sette anni. Mia figlia non ha dato segni di reazione. Si è andata a sdraiare sul divano, cominciando a emettere un’espressione che prima non le avevo visto in volto. Era delusa. Il mio mal di pancia cresceva, perché? Sarei dovuto essere serena durante quella spiegazione. E invece no. Vuol dire che mi dovevo ascoltare di più, c’era qualcosa che non andava. Quando ho chiesto a mia figlia perché ci volesse andare, lei mi ha risposto, mamma, perché voglio dormire con i compagni, con la maestra! Per lei era tutto chiaro. Per quando ci riguarda invece eravamo noi genitori ad avere tanti dubbi. Sentivo che qualcosa stava cambiando. Decidiamo di accompagnare entrambi nostra figlia a scuola. Sul bigliettino mettiamo un X sulla casella del SÌ e un X sulla casella del NO, con una nota che spiegava che la decisione finale l’avremmo presa dopo una riunione informativa che ci avesse fornito più elementi. Una volta a scuola ci è impossibile avanzare. Il muro delle collaboratrici ci nega il passo verso la maestra di nostra figlia. Non possiamo avere il confronto diretto. A quel punto mostriamo il biglietto con la risposta e, passatemelo, vomitiamo i nostri dubbi, lì, in mezzo all’ingresso, dove iniziano le scale della scuola. La tutora ci risponde con voce calma e pacifica, come solo i catalani sanno avere. Ci rincuora, ci dice che la riunione si farà, ma in un secondo momento, che ora ciò che urge è sapere quanti siano i bambini che aderiranno, per poter prenotare la casa colonia. A quel punto a mio marito e a me ci viene la voglia di rispondere SÌ. Forse quel colloquio, anche se breve ci ha fornito la tranquillità che ci serviva. Abbiamo comunicato la notizia positiva a nostra figlia, e poi l’abbiamo salutata.

Ecco, quello che mi viene da dire è che a cinque anni i nostri figli sono piccoli, ma forse anche grandini per cominciare a capire cosa gli piace e cosa no. Nostra figlia lo sapeva da subito e questo non lo potevamo ignorare. Se lei è contenta di andare, lo siamo anche noi. Mio marito e io ci siamo accorti che quel confronto sul Gruppo dei genitori ci ha fornito una nuova chiave di lettura con vari punti di riflessione:

  1. La cultura del posto è diversa da quella di origine
  2. Di conseguenza bisogna aprirsi, capirla, sapersi adattare
  3. Siamo italiani e tendiamo per forma mentis ad avere spirito critico
  4. La mentalità catalana è pragmatica, semplice, socialista, Els Castellers ne sono un esempio, l’individuo è un mattoncino, la comunità è più forte e lo sorregge
  5. Il confronto ci aiuta a fare autocritica e a cambiare idea quando ciò ci fa crescere
  6. Apertura è meglio di chiusura
  7. Siamo dentro e siamo fuori a metà, ricchi di doppia identità

Appena ho preso la decisione di mandare mia figlia alla colonia il mal di pancia mi è passato. Quello che avvertivo era un conflitto per il fatto che non stiamo in Italia e che se la società catalana va a passo spedito e libero, noi non possiamo rimanere indietro, perché troppo attaccati ai modi di fare italiani. Per una buona integrazione bisogna fare il passo in avanti. Alla fine prima di tutto abbiamo scelto di dare fiducia a nostra figlia. Escuderla, quando quasi tutti avrebbero partecipato a questa una nuova esperienza della notte fuori, soprattutto al chiudersi del ciclo della materna, sarebbe sembrato come punirla. Rimane che noi genitori italiani siamo più partecipativi nei confronti della vita dei nostri figli.

Va bene così. Siamo tutti più sereni. Da qui a maggio i nostri bimbi cresceranno, il loro senso di percezione della realtà si rafforzerà di più e le loro capacità cognitive saranno più nitide per capire meglio se stessi e ciò che gli succede intorno, con più consapevolezza.

Ora vi chiedo cosa ne pensate? Vi è successo già di mandare i vostri figli in gita a dormire fuori così piccoli? Siete invitati a lasciare un commento

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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2 Risposte

  1. Eli ha detto:

    ciao sono Eli.. la prima cosa che ho pensato è… mamma mia che disponibilità queste maestre! prendersi la responsabilità di tutti quei bambini di notte è dura! … Mattia è dai 3 anni che vuole fare un pigiama party e io non gli ho mai detto di no… non ho mai avuto dubbi sul fatto che potesse essere un’esperienza bellissima, con degli amichetti un’avventura notturna… 🙂 ma non mi è ancora capitato di conoscere qualcuno con la mia stessa visione delle cose, nemmeno tu! dovrei venire in Spagna! e questa è l’n-esima volta che lo penso! stanno avanti! stai serena che Diana ti ringrazierà! e se così non fosse la prossima volta, consapevole di ciò che si tratta senza che tu abbia fatto la parte della mamma severa, ti dirà lei di no.. che ne pensi? 🙂

    • Chiara Elia ha detto:

      Ciao Eli, grazie per il tuo commento. Dopo aver riflettuto e dopo esserci messi in discussione mio marito e io alla fine ce la mandiamo nostra figlia, vuol dire che da parte nostra c’è apertura e confronto, confidiamo nella scuola e nelle maestre, ma soprattutto ci fa piacere aver deciso così per dare fiducia a nostra figlia, che desidera vivere questa esperienza insieme ai suoi compagni.

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