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Educazione con grazia

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Un giorno andai dalla pediatra per una visita. Mentre stavo uscendo, prima di salutarla le rivolsi una domanda, all’apparenza semplice. “Dottoressa, questa fase dei capricci passa, vero?” La guardai con l’espressione di chi cerca una conferma, ma con ironia, sapendo che i bambini, per definizione vivono fasi di questo tipo. I capricci fanno parte degli strumenti che i nostri figli hanno per esprimersi. Partendo proprio dalla considerazione comunicativa, il pianto, il capriccio esprimno un disagio. Ora, chi di noi non si è trovato almeno una volta in difficoltà con questo genere di comportamento? Il bebè si esprime con il pianto, non potendo parlare attraverso di esso ci comunica che ha bisogno di qualcosa. È molto interessante notare e riconoscere i diversi pianti dei bambini. Come mamme siamo munite d’istinto materno che abbiamo già dentro di noi, come lo chiamo io, abbiamo “il libretto delle istruzioni” per comprendere nell’immediato di che tipo di pianto si tratti, se di fame, di sonno, di stanchezza, di noia, di ricerca di affetto, di paura, di dolore, etc etc… Essere genitori comporta secondo me anche questo grado di attenzione, creare una connessione empatica con la piccola creatura che abbiamo vicino a noi, che a differenza di un adulto ancora non ha gli strumenti cognitivi nè emotivi per far fronte a tutte le sue necessità. Simao noi gli adulti he devono stare alle loro necessità. Un bambino potrebbe piangere anche per ricercare l’attenzione dei genitori, perché si sente trascurato o non capito, oppure ha bisogno di conferme, di essere ascolato, considerato. Partiamo dall’idea che i bambini sono esseri piccoli in continuo sviluppo, che spesso carpiscono la realtà più a livello emotivo che cognitivo, anche se sono convinta che a loro modo capiscano molto di più di quello che pensiamo. Ogni età porta con sè il suo bagaglio cognitivo. Una cosa che ho cominciato a dire a mia figlia dai tre anni in su, da quando cioè ha cominciato a parlare meglio, è che ora avrebbe dovuto esprimere i suoi disagi a parole cercando di non piangere. Ancora oggi che ne ha cinque compiuti, quando ha le sue “crisi di pianto”, spesso legate a ragioni quali la stanchezza, le esclamo che a cinque anni è grandina, che i bebè piangono perché non sanno parlare, ma che lei se ha qualche problema che vuole rivolvere può trovare la soluzione parlando con mamma e con papà. Piangere non serve a niente, non risolverà il problema. Parlare insieme e comunicare sì invece.

Incomprensione, capricci, ricerca di ascolto

I capricci sono intollerabili per noi genitori. A volte ci portano al limite della pazienza. In quei momenti dobbiamo fare lo sforzo di ricordarci che siamo noi gli adulti e che come tali dobbiamo comportarci. Lo so, non è sempre facile, siamo umani, ma loro sono piccoli e noi abbiamo la responsabilità di provarci, dobbiamo avere il massimo dell’autocontrollo, per poi non pentirci di comportamenti che portano ai sensi di colpa. Quello che è bene poi considerare è il carattere di ogni bambino, se questo è docile, ribelle, ragionevole, viziato, nel senso che non è abituato a ragionare, se invece è abituato alle spiegazioni e perciò riuscirà con più facilità a placare la sua rabbia, la sua frustazione. Consideriamo comunque la fase evolutiva dei bambini, già dall’età dei due anni il perfetto o quasi angioletto che ci incantava con i suoi sorrisi si sta trasformando in un piccolo “adolescente”, che comincia a dire sempre più spesso di No. Cosa gli sta succedendo? Nulla di particolare, questa è una fase fisiologica e di crescita del bambino, sta iniziando lo sviluppo della sua autonomia. Dire di no sarà quindi fondamentale e importante per lui. Sta maturando il fatto di essere altro dalla mamma e dal papà, piano piano si rende consapevole del fatto che ha una sua propria personalità, con dei gusti, ed è giusto che l’esprima anche con il suo disappunto. Certo, per noi genitori inizia una nuova fase, quella della pazienza, quella della spiegazione, quella delle piccole “lotte”.

Il pianto dei capricci, l’autonomia e il No

Il confronto con la cultura catalana

La risposta della pediatra catalana alla mia domanda, se un giorno questi capricci passeranno, fu “con un’educazione con grazia.” Questa fu ciò che mi disse la dottoressa. Non aggiunse altro, a parte la mano che mi poggiò sulla spalla in gesto di solidarietà, prima di salutarmi. Ecco partiamo da qui. Quando mi trovo al parco o per strada o all’uscita della scuola di mia figlia osservo spesso come si relazionano i genitori catalani difronte ai capricci dei loro figli. Un caratteristica che li accomuna è la pacatezza. Qui a Barcellona mi sembra di osservare nonni, genitori, forse anche zii e amici rivolgersi ai bambini con una voce calma, docile, che infonde tranquillità. Credo che il tutto sia condito pure dalla pazienza. Partiamo dal fatto che finora in Catalogna ho vissuto sulla mia pelle, nel quotidiano un grado alto di senso civico, che prima non conoscevo così in alte dose. Sì, a Roma nella mia città natale ho spesso conosciuto persone ben educate e “docili” se così le vogliamo definire, ma nella mia terra nativa ciò che risaltà di più all’occhio in maniera colorita sono i modi piuttosto aggressivi che si rivolgono ai bambini nei luoghi pubblici, come supermercati, parco giochi, ristoranti etc etc.. Più di una volta mi sono trovata davanti a scene, dove con un romanesco aggressivo la mamma o la nonna di turno intimavano a voce alta al bambino di stare fermo, di finirla di fare così, di stare buono, a volte usando anche le mani, etc etc… Ecco ora senza giudicare, ma solo per descrivere i fatti per fare un confronto costruttivo, mi rendo conto che c’è un abisso a livello educativo tra un comportamento e l’altro. Così facendo che cosa stiamo insegnando ai nostri figli? Che urlare e maltrattare è giusto? Un giorno interiorizzeranno quei comportamenti, li faranno propri e li riuseranno con i compagni di classe. Sono fenomeni a catena. Il bambini imparano molto di più dagli esempi che gli diamo che dalle parole. Insomma, come posso io mamma insegnare a mio figlio a non urlare se poi gli grido contro di non alzare la voce? Bisogna usare coerenza e buon senso. Tornando ai catalani e al loro metodo pacato, mi sono resa conto con l’osservazione e con il confronto che non sgridano i bambini. Più volte ho assistivo a bimbi che facevano i capricci, ma i genitori semplicemente gli si rivolgevano parlando sottovoce, comunicandoci, chiarendo la situazione, mai intimando un castigo, mai alzando la voce, tanto meno strattonarli. Insomma un dialogo pacato, ma che svela l’autorevolezza del genitore. Adesso, dopo aver capito quello che la pediatra voleva dirmi con quell’espressione “educazione con grazia” posso anche comprendere meglio la loro metodologia e il perché tutto sommato i loro figli siano così calmi. Ecco un altro aspetto dei catalani che mi risalta agli occhi e che vi vorrei sottolineare, è che sono un popolo pacifico, cortese (forse dietro la cortesia a volte si cela anche un filo di ipocrisia?), rispettoso, cordiale, educato, insomma nei loro modi non c’è aggressività. La domanda mi sorge spontanea, lo sono perché crescono i figli con questo metodo pacato e calmo, perché non gli strillano, non gli strasmettono aggressività, non li umiliano al supermercato, non li maltrattano con battute e parolacce? La pediatra quel giorno mi ha dato una chiave di lettura interessante. “Con i figli bisogna parlarci, con calma, vedrai che il problema dei capricci con un’educazione con grazia si risolverà”.

Parlare con calma e pazienza, ascoltare le necessita dei piccoli

L’importanza della spiegazione

Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia amorevole. Mia madre si è dedicata alla famiglia e alla crescita dei suoi tre figli. Tra l’altro, molto di quello che so e che scrivo è frutto della mia riflessione rispetto all’educazione che ha donato a me e ai miei fratelli (oltre all’esame di pedagogia che ho sostenuto all’università, alla laurea di sociologia, alle letture intraprese, e a una dose di empatia e di sensibilità nei confronti di queste piccole creature chiamati bambini). Quando sono diventata mamma, a mia volta ho fatto tesoro di quegli insegnamenti e ora vorrei condividere questa fortuna conoscitiva ed emotiva in questo blog. Non è scontato crescere con determinati genitori che ci aiutino a sviluppare l’autostima, l’amor proprio e il rispetto per se stessi. Mio padre quando ero diventata mamma per la prima volta mi ripeteva spesso che i bambini vanno amati, che dobbiamo fargli sentire questo amore, che ciò li farà crescere forti. Questo è un argomento a me caro, spero di dilungarmici in un prossimo articolo, l’importanza dell’amore per la crescita dei figli. Ora vorrei concentrarmi sul concetto di spiegazione. A che serve spiegare le cose? Perché farlo? A mio avviso la spiegazione di ciò che accade implica un coinvolgimento del bambino nella realtà circostante. Ciò comporta un apprendimento e sviluppo per una sicurezza di sè. Il concetto è che attraverso una spiegazione di un NO, per esempio, il bambino possa interiorizzare il perché la mamma o il papá gli stiano negando quella cosa. Secondo me spiegare, coinvolgere il bambino nell’educazione vuol dire fargli chiarezza nella sua testolina, donargli coerenza, regalargli la possibiltà di capire. Cosa vuol dire educare se non donare gli strumenti ai nostri figli per comprendere i comportamenti nelle diverse situazioni che gli si presenteranno nella società in cui vivono? Insegnare ai nostri figli che esistono i No nel quotidiano, è importante, altrimenti alla prima occasione in cui li ricevereanno, sarà per loro una tragedia, un evento emotivamente più grande di quello che in realtà è. Un’altra cosa, se noi concediamo sempre tutto ai nostri figli, poi non ci possiamo lamentare che sono capricciosi, che vogliono sempre tutto e che in un certo modo “ci comandano” e non ci rispettano. Questo è il rischio. Secondo me noi genitori dobbiamo rimarcare chi comanda, nel senso che dobbiamo far chiarezza nella mente del bambino che la guida siamo noi, che quello che dicono mamma e papà sono delle indicazioni che gli forniamo per farlo crescere sostenuto e non allo sbaraglio. Le regole sono importanti, i bambini le vogliono, si sentoni sicuri, sanno che ci si possono aggrappare, o meglio sono delle linee, dei binari che gli indicano la strada. Ogni genitore ha il figlio che si mertita, nel senso che poi un domani uno che non se ne è curato più di tanto non potrà lamentarsi del perché il figlio si comporti in determinati modi poco consoni? Cè da chiedersi, gli ho donato le informazioni giuste? Gli ho spiegato perché non deve comportarsi così o l’ho solo sgridato senza fornirli delle spiegazioni? I bambini apprendono da noi genitori. Siamo noi che gli doniamo le informazioni per crescere comportandosi bene, loro che ne sanno? Alcuni genitori pensano che attraverso il solo rimprovero il bambino capirà che deve comportarsi bene. Il rimprovero non basta, anzi il bambino si sentirà mortificato da tante urla e paradossalmente con tante grida non riuscirà neanche a capire bene, a sentire con chiarezza cosa di male abbia fatto. Torno al consiglio che mi diede la pediatra quel giorno a Barcellona, usate con i vostri figli un’educazione con grazia, parlategli, relazionatevi, create un canale comunicativo e abbiate fiducia nelle loro capacità di apprendimento.

La spiegazione del mondo circostante e delle emozioni

Ci tengo alla fine a sottolineare il grande contributo educativo e amoroso che ho ricevuto da mia madre, maestra e pedagoga, e da mio padre, persona buona, avventuriera e altruista. Grazie a loro e ai loro insegnamenti sono la persona che sono.

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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