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La prima recita scolastica

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Qualche giorno fa parlavo con una mamma catalana, che mi raccontava che alla scuola del figlio la direttrice non prevedeva di organizzare recite per i bambini più piccoli fino ai sei anni. Il motivo è che pensa che alcuni bambini in questa tenera età possano sentirsi scomodi e vivere un disagio davanti al pubblico e ai propri sentimenti ad esso correlato. Anche qui il tema è delicato, e non me la sento di prendere le parti contro questa direttrice , ma vi delineerò il mio pensiero. Da bambina mi ricordo che non mi piaceva in nessun modo stare al centro dell’attenzione. Anche durante la prima giovinezza ho coltivato un carattere riservato, ma crescendo, sopratutto adesso da adulta e da mamma, il mio lato diretto, o meglio la capacità, che mio marito coglie e mi rinfaccia bonariamente, di essere schietta, si è consolidata con gli anni, facendo di me una persona riservata, riflessiva, sensibile, allegra, ma che pensa e dice le cose in modo diretto. Insomma, come si dice a Roma, dico le cose in faccia. Ecco, forse questo mio stile, con educazione parlando sarà arrivato anche a voi attraverso il mio modo di scrivere, che in questo blog è parecchio diretto. Mi rendo conto che quando scrissi il mio primo romanzo quello che cercavo nello stile era altro, desideravo aggiungervi un valore poetico-narrativo, che si dilungasse in altri modi e in altri termini. Ora mi accorgo che in un blog la comunicazione deve essere diretta, semplice, immediata, come se vi stessi parlando a voce, per coinvolgere in tempi brevi e con effetto, (spero di riuscirci, questo però me lo direte voi). Ecco, alla luce di questi preamboli, vi racconto che alla mia “tenera” età di quasi quarantenne, sento di dire che la timidezza l’ho superata. Una cara responsabilità, per questo delicato passaggio dall’essere timida all’essere diretta e schietta, ce l’ha avuto il teatro. Partiamo dal fatto che adoro il teatro, mi piace andarci e far parte del pubblico che ne apprezza le sorprendenti doti narrative e comunicative, che nel tempo hanno visto susseguirsi e trasformarsi vari linguaggi e differenti autori. C’è da aggiungere che durante il liceo, la mia prof. di greco invitò noi alunni a partecipare al laboratorio di teatro, che si sarebbe svolto per tutto l’anno durante il mio secondo liceo, aggiungendo che avrebbe tenuto un occhio di riguardo rispetto agli alunni che ne avrebbero fatto parte. All’epoca avevo sedici anni. Mi piacque l’idea. Gli antichi greci hanno inventato il teatro, la filosofia e la riflessione sulla rappresentazione sociale, in un certo senso un inizio alla sociologia, tutte materie a me care, quanto le ho amate fin dagli inizi! Tra l’altro appresi che fare scuola di teatro può essere una terapia contro la timidezza. Penso che ciò sia corretto, per il fatto che recitare ti porta in altri meandri di te stesso, ti fa scoprire lati che prima non avevi perlustrato, insomma il teatro da una parte ti toglie la maschera di tutti i giorni, ti fa essere te stesso, ma dall’altra te ne mette un’altra per l’occasione, sotto la quale puoi nascondere la tua timidezza oppure, meglio, lasciarla volare via. In qualsiasi caso sei libero, sei un altro, ma sempre te stesso, lo trovo affascinante! Durante i due anni di scuola di teatro al liceo mi ritrovai a riflettere sul valore del teatro, e piano piano arrivai al pensiero che questo articolo vuole oggi trattare, o meglio l’importanza della prima recita del figlio, in questo caso di mia figlia di cinque anni. C’è sempre un inizio!

Una scena del concerto della classe quarta

Partiamo dal fatto che mia figlia, come sapete dagli articoli precedenti, frequenta una scuola catalana. Lo spettacolo è stato intitolato dalla scuola stessa Concert d’hivern , concerto d’inverno, per non far torto a nessuna cultura differente da quella cattolicocristiana. Questa rappresentazione vedeva impegnati tutti gli alunni dagli undici ai tre anni (la scuola termina con la sesta classe). Ogni classe ha il suo corrispettivo A e B, perciò la scuola ha deciso di mandare prima sul palco tutte le classi dei corsi appartenenti alle A, poi il giorno dopo quelle dei corsi B. Quando è toccato a mia figlia lo spettacolo sarebbe iniziato appunto partendo dai più grandi per finire con i più piccoli. Che emozione! Il giorno della recita ci andai con mio figlio più piccolo, mio marito lavorava. La rappresentazione iniziò alle ore 15 in un piccolo teatro di quartiere. Il maetro di musica, unico in tutta la scuola di mia figlia, da solo aveva montato dodici spettacoli. La scuola qualche giorno prima aveva distribuito degli inviti gratuiti per accedere alla recita, due invitati per bambino. Una volta seduti in platea, mio figlio più piccolo e io ci siamo goduti l’inizio dello spettacolo, aspettando l’arrivo della sorellina. Nell’attesa me la immaginavo dietro le quinte con la sua maestra e gli altri compagni di scuola. Chissà che provava? Era nervosa? Era emozionata? Era curiosa? Per lei era la prima esperienza, non aveva mai fatto prima recite, perciò non aveva il ricordo o la conoscenza di cosa fosse, di cosa sarebbe successo da lì a poco. E se tanta gente l’avesse spaventata? Eccola salire sul palco, piccola di mamma sua. Sembrava tranquilla, sì emozionata, ma non spaventata (da ex-timida subito avevo pensato a questo), si guardava in giro, seguiva ciò che il maestro sottovoce indicava di fare a tutti i bambini. Mia figlia era in prima fila. Si era messa il vestito bello, lo aveva scelto lei per l’occasione. All’inizio si mordeva i polsini del maglioncino, incuriosita, forse un po’ intimidida per la novità, per le persone, i tanti genitori del pubblico. Ecco che la recita comincia. La bambina che avrebbe dovuto iniziare a parlare al microfono rimane in silenzio. Le si avvicina il maestro, che pazientemente le parla sottovoce, le sussurra cosa avrebbe dovuto fare e dire, ma niente. La bambina mima qualcosa con le mani e gli risponde. Iniziano leggere e affettuose risate del pubblico con breve applauso di incoraggiamento. Ecco che il maestro torna a ripetere alla bambina cosa deve fare, cercando di “non rompere la quarta parete”.

Il maestro spiega alla bambina che fare

La bambina si decide, parte, iniza lo show. Dopo di lei è la volta di altri bambini, poi finalmente tocca a mia figlia. Eccola, ha parlato, ha recitato la sua frase in catalano, per la prima volta. Avevo il cuore emozionatissimo! Che dolcezza e che orgoglio vederla lì, lontana dalla mia protezione, che riusciva a cavarsela da sola (non ne avevo dubbi!). Dopo la recita inizia la musica e tutti i bambini sul palco iniziano a ballare. Bravi tutti, ma si sa che la mamma ammira sempre un po’ di più la propria prole, perciò, pur osservando anche gli altri amabili bambini, mi sono goduta soprattutto lo spettacolo di mia figlia. Era il primo e io c’èro! Devo dire che è stata molto brava, ha ballato a tempo, si vedeva che era concentrata, che ci teneva a fare bene, ma pure che si divertiva, era contenta. Alla fine della recita, dei balli, dei canti, siamo tornati a casa. Prima l’ho abbracciata con orgoglio e con amore. “Brava!”, le ho esclamato, “ti sei divertita?”, le ho chiesto. Lei si sentiva orgogliosa della sua impresa, si era divertita, aveva vissuto una bella esperienza, e questo era l’importante.

Ognuno recita una frase

Tornado a casa le ho parlato del valore del teatro, di quanto mi affascini e di quanto mi piacerebbe che anche loro, i miei figli, ci si avvicinassero con entusiasmo, a piccoli passi e secondo l’età. Anche questo fa parte della crescita, conoscere se stessi attraverso queste nuove esperienze, che la vita ci offre come preziosi regali da scartare, per crescere, per esplorare linguaggi diversi, e perché no, per divertirci mettendoci serenamente alla prova in qualcosa che prima non conoscevamo. Grazie greci per la vostra somma invenzione!

Tutti a ballare
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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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