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Coronavirus nel 2020 tra Italia e Barcellona

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Da quando a fine gennaio, inizi di febbraio 2020 è uscita la notizia dell’estistenza in Cina di questo nuovo coronavirus molto contagioso, sono cambiate mano mano anche le abitudini sociali. Dai oggi per i prossimi giorni vorrei aprire una sessione di articoli sul tema, per parlare dell’argomento sotto vari punti di vista. Sto facendo delle riflessioni sociologiche in merito e vorrei condividerle con voi, ma andiamo per ordine. Un articolo alla volta. Oggi mi preme buttare più un occhio osservatore e neutrale su quello che sta succedendo in Italia e in Spagna, per lo specifico a Barcellona, dove vivo. In primo luogo mi preme fare un discorso di sentita solidarietà per tutti quei medici, infermieri e personale sanitario che nel mondo lottano in prima linea, rischiando il contagio ogni giorno. A parte la piscosi che all’inizio si è generata, poi attenutata e ora razionalizzata con le misure italiane #iorestoacasa, mi sento di dire che più che paura è presente la preoccupazione per ulteriori contagi nei confronti delle persone anziane e di quelle con malattie croniche. Si sta ogni giorno di più concretizzando la prova di responsabilità da parte dei cittadini italiani, che finalmente hanno capito che purtroppo il contagio non è una paranoia, ma una realtà che va combattuta con il contenimento sociale. Ora rimaniamo calmi.

Mio fratello a Roma si prepara ad andare a lavoro

Per educazione ricevuta e per la mia personalità sono una persona ottimista, che non perde la speranza, per questo motivo mi sento di dire che dobbiamo sentirci solidali gli uni con gli altri e augurarci che presto tutto passi in Italia, soprattutto al Nord, come in altre parti del mondo. Nel frattempo le misure italiane richieste mi sembrano da popolo civile: lavarsi le mani, disinfettare bene le superfici, mantenere la distanza di sicurezza tra le persone, non darsi la mano, non abbracciarsi, non baciarsi, non toccarsi occhi, orecchie, naso e bocca. Tra l’altro, concedetemi una battuta alla romana per sdrammatizzare, secondo me tra nove mesi, cioè a dicembre si noterà un calo drastico delle nascite. Speriamo che le persone non sottovalutino le misure preventive introdotte la sera del 09 marzo.

Organizzazione della distanza di sicureza nella mensa dell’altro mio fratello a Roma

Anche io all’inizio ho minimizzato la faccenda, nel senso che consideravo questo virus come un tipo di influenza, o meglio come la Sars del 2002 e come la Mers del 2012, entrambi altri ceppi di coronavirus, ma poi informandomi attraverso i dati emersi e le caratteristiche del virus mi sono dovuta ricredere, soprattutto per la nuova modalità di contagio. Prima di tutto l’incubazione dura quattordici giorni, cosa che un altro virus d’influenza non fa, perciò durante questi giorni una persona contagiata è una portatrice asintomatica ignara del contagio che sta portando in giro. Poi c’è da sottolineare il numero elevato di casi infettati e di decessi, soprattutto tra le persone anziane e quelle con patologie pregresse.

Ho lavorato quasi dieci anni in uno studio medico, quando ero studentessa universitaria e ho avuto modo di conoscere due dottoresse e un dottore molto validi. Durante il corso di questi anni ho raccolto informazioni mediche utili, che ora uso quando stanno male i miei figli, rimettendomi sempre alla mia pediatra catalana, perché sono una mamma con istinto e delle conoscenze, ma non un medico. Mi sento di esprimere la mia solidarietà per tutti gli italiani che stanno già rispettando le nuove norme di sicurezza. In Cina e in Corea del Sud i casi dei contagi già si stanno attenuando, probabilmente per la mentalità abituata a obbedire, da una parte a causa di una dittatura e dall’altra per sentire un maggior senso di collettività. In Italia innanzitutto siamo in democrazia e questo è bene, però di solito vige di più un sentimento di individualismo che quello collettivo. Questa volta ho più fiducia negli italiani, so che con questo fenomeno senza precedenti saranno in grado di attuare dei nuovi comportamenti procollettività. Il buon senso è la chiave di lettura, non tanto la politica. È l’intelligenza individuale che creerà senso di responsabilità collettiva e di conseguenza ci salverà da ulteriori contagi. La vita “normale” come la conoscevamo prima si è trasformata, ora ne stiamo construendo un’altra. Tante abitudini stanno cambiano in Italia, dal telelavoro, alla spesa con la distanza da mantenere, ai rapporti “raffreddati” tra persone senza baci e abbracci nè strette di mano, ai funerali sospesi, allo stop al campionato di calcio, e quando mai prima è successo?

A Barcellona, dove mi trovo, per ora viviamo una situazione di allerta, ma più tranquilla rispetto al caso italiano, sembra di attesa di qualcosa che deve arrivare. Parlando con la pediatra catalana dei miei figli, questa mi ha detto di svolgere una vita normale, di tutti giorni senza limitazioni, ma noi in famiglia ne stiamo prendendo, no trasporti pubblici, si va a piedi, vita di quartiere, parchi e soprattutto mio marito va a lavoro in bicicletta. Ieri sono stata al corso di catalano, a una sessione di conversazione. Parlando con la professoressa a inizio lezione le ho chiesto se per via precauzionale potevamo mantenere le distanze di sicurezza tra le persone in aula come misura preventiva, ebbene mi ha risposto di no, perché “dall’alto” ancora non le avevano dato queste misure. Ecco, ora senza giudicare, ma senza che le misure te le diano per forza dall’alto, ci saremmo potuti confrontare noi in aula e decidere sul da farsi in modalità democratica, no? Che ne pensate? Ebbene no, abbiamo svolto la lezione normalmente, uno attaccato all’altro, anche se personalmente stavo indietro con il viso, insomma vi saprò dire tra quattordici giorni, speriamo bene. Per ora le scuole rimarranno aperte, parlo di Barcellona, ne hanno chiusa solo una nel quartiere di Gràcia, dove hanno trovato una maestra positiva. Invece è Madrid ha essere stata attaccata di più, infatti lì hanno chiuso le scuole. Seguo l’aggiornamento delle notizie italiane, di quelle spagnole e di quelle catalane.

Ad oggi in Catalogna ci sono 125 casi, più 400 che riguardano il personale sanitario. Purtroppo sono morte 3 persone e 18 presentano sintomi gravi. A Barcellona il primo caso di coronavirus è datato 25 febbraio, da parte di una donna di 36 anni italiana residente nella città catalana, che era tornata dal Nord Italia. Poi sono seguiti anche altri casi di giovani, la maggiorparte dei quali avevano avuto contatti con Milano e Bergamo. Ad oggi sono poco più di una ventina i casi positivi a Barcellona, ma putroppo ancora non si sa nulla se e di quanto il numero potrà cambiare in linea esponenziale durante i prossimi giorni. Oggi la sindaco di Barcellona, Ada Colau, ha chiesto che si riducano le attività in città. La Generalitat, l’organo che amministra la Comunità autonoma della Catalogna ha indetto oggi delle misure restrittive. Gli eventi sportivi si svolgeranno a porte chiuse, sono proibite le attività al chiuso o all’aria aperta che ospitino più di 1000 persone per i prossimi 15 giorni, e per quelle inferiori si limitano a un terzo dell’aforo per rispettare le distanze di sicurezza. Tra l’altro sono sospesi i voli tra l’Italia e la Spagna fino al 25 marzo. Ci sono più di 2000 contagi in Spagna, speriamo si riesca a mantenere basso il numero dei contagi…

Nella nostra famiglia parliamo in modo naturale di questo coronavirus. Cerco di sensibilizzare i miei figli, seppur piccoli, cerco di coinvolgerli e tenerli attaccati alla realtà che li circonda. A mia figlia di 5 anni le ho raccontato tutto, certo come lo si può raccontare a una bambina, cioè con qualche scena “teatrale” che la faccia anche sorridere, ma dicendole la verità, riferendole sia delle morti tra i “nonni”, cioè tra le persone anziane, sia dell’importanza di lavarsi sempre le mani. La ritengo intelligente da capire. Anche questa è educazione. Le stiamo anche dicendo che limiteremo i contatti con gli amici a casa, mentre potremo continuare ad andare al parco. L’ho avvisata anche del fatto che per un po’ eviteremo i mezzi pubblici. I miei figli di 5 e 3 anni si stanno accorgendo, dalle informazioni che ci scambiamo mio marito e io, intuiscono, che qualcosa sta cambiando e io glielo voglio spiegare, vorrei evitare di fargli accrescere ansie inutili, se le cose sono chiare, anche l’animo si rasserena.

Esempio di fila per fare la spesa in Italia, persone a distanza e addetto del supermercato che disinfetta i manici dei carrelli della spesa

A livello educativo, sono una paladina dello spiegare le cose ai bambini. A differenza di quanti pensano il contrario, i nostri figli capiscono e sono più intelligenti di quello che crediamo. Una mia cara amica romana, che vive come me e da più tempo di me a Barcellona, stamattina mi ha inviato un messaggio chiedendomi di scrivere un articolo sul blog che riguardasse “consigli per passare il tempo in famiglia durante l’epoca del coronavirus”, viste le restrizioni a casa. Considerato che faccio “la mamma ha tempo pieno” da circa sei anni, sa che ho tante idee a riguardo. Grazie amica per la fiducia! Lo farò, in realtà già avevo pensato di scriverlo, presto butterò giù questo articolo. Oggi mi premeva di più scrivere rispetto a un quadro più generale del fenomeno, una introduzione all’argomento “Coronavirus 2020”, insomma. Continuate a sperare, siate ottimisti e positivi. Bevande calde, tempo in famiglia, più relax se si lavora da casa, più letture, più torte fatte in casa, più scaffali montati, insomma con rispetto parlando per le vittime e per le loro famiglie, italiani a casa, guardate il lato positivo di questo tempo casalingo, presto tutta la frenesia ricomincerà.

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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