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Come spiegare il coronavirus ai bambini

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Anche a noi adulti è costato capire bene cosa stesse succedendo all’inizio di questa pandemia da coronavirus. A fine gennaio, inizio di febbraio del 2020 comincia a propagarsi questa notizia dalla Cina di un nuovo virus molto contagioso. A metà febbraio il contagio comincia a essere ben presente anche nel Nord Italia e si sparge la notizia. Forse all’inizio la maggior parte di noi pensava che questo nuovo coronavirus fosse come un virus influenzale o come la Sars del 2002 o la Mers del 2012, ma poi i numeri hanno cominciato a lievitare e con loro purtroppo anche le vittime. Velocemente si è cercato di ricorrere ai ripari. L’ospedale Spallanzani di Roma ha isolato per primo il virus e ha curato, guarendole, due persone cinesi adulte. Mi ricordo quando da piccola andavo allo Spallanzani a farmi i vaccini, era un posto che mi incuteva timore, mistero e rispetto. Lo stesso rispetto che oggi evoca il nome di questo ospedale nel mondo. D’accordo, noi adulti ascoltiamo le notizie, ci aggiorniamo, ma i nostri cuccioli, cosa ci stanno capendo di tutto questo nuovo periodo che ci si è scaraventato come uno tzunami davanti all’improvviso? Come spiegargli che le scuole sono chiuse? Perché non possiamo uscire e andare al parco? Partiamo dall’idea che allarmare i nostri piccoli non sia una mossa corretta e saggia, ma ritengo che in base all’età si possa iniziare a spiegare qualcosa per renderli più partecipi. Sono una paladina della comunicazione, nel senso che secondo me è un bene spiegare in modo lineare e chiaro la realtà circostante ai nostri figli, sia quella che riguarda la fisica che quella emotiva. Ecco, per fare questo si presume che anche i genitori l’abbiano compresa bene, nel senso che abbiano gli strumenti comunicativi necessari per passare dal loro mondo delle idee a quelle dei bambini. Per esempio, parlare di coronavirus implica raccontare che c’è un problema, lo dovremo fare senza creare ansia. È bene perciò parlare usando canali comunicativi che i bimbi possano comprendere, quasi come fosse un gioco, ma marcando seppur in maniera lieve la sfumatura del serietà. Insomma come tradurre nella lingua dei bambini che c’è un virus molto contagioso che gira e che è pericoloso per gli anziani, meno per gli adulti sani, quasi per niente per i bambini? Come spiegare ciò senza che il bimbo si traumatizzi? Personalmente, come linea educativa spiego tutto o quasi ai miei figli, usando parole semplici, mettendomi al loro livello di fantasia, ma confidando nelle loro intelligenze, facendogli capire che loro possono arrivare al concetto. A volte uso delle sfumature ironiche e comiche per rendere il racconto più divertente. Purtroppo dalla morte di mio padre, già da due anni, ho spiegato a mia figlia di tre anni e mezzo all’epoca cosa fosse successo al nonno e perché non lo vedevamo più. Mi ricordo che mia figlia accettò piano piano la spiegazione che nonno ora stava sulle nuvole. Le domande poi da parte sua furono numerose e spontanee: ma nonno come fa a mangiare? Perché lui ci vede e noi no? Non cade dalle nuvole? Insomma sorridendo mi dovetti ingegnare per non dire bugie, ma per spiegare un fenomeno naturale come la morte di un nonno a una bimba piccola e curiosa. Adesso si tratta di fare lo stesso, rendere accessibile la spiegazione “in maniera bambinesca”. Secondo me ciò comporta responsabilizzare i figli e includerli nella realtà. Mi ha fatto piacere sapere che a scuola, quando la maestra ha chiesto alla classe, se qualcuno sapesse cosa fosse il coronavirus, mia figlia di cinque anni, come altri due bimbi della sua classe, ha alzato la mano. La maestra l’ha fatta intervenire, così lei ha detto che sua mamma le aveva spiegato che non bisognava portarsi le mani alla bocca, sul naso, sulle orecchie e sugli occhi, e che era meglio lavarsi le mani con il sapone per il tempo di una canzone (fa pure rima). Ecco, mia figlia ha dovuto fare pure la traduzione dall’italiano al catalano per dirlo in classe, penso sia stata brava.

Per riassumere, ho spiegato ai miei figli di tre e cinque anni, tra il riso e il serio, che questo virus è molto aggressivo e antipatico, che vuole venire nelle case di tutti anche quando non è invitato, che sta sulle mani e vuole giocare a nascondino tanto è piccolo, e che quando qualcuno si mette le mani in bocca o respira la tosse o lo starnuto di qualcuno o ci si abbraccia e ci si bacia con un’ altra persona, questo virus comincia a entrare nel corpo e inizia la sua “festa”: canta, balla nel naso, nella gola, nei polmoni e crea così tanta confusione da far venire la febbre. Per smorzare i toni gli ho raccontato pure che le persone contagiate dopo guariscono, stando al caldo, riposando, mangiando frutta e verdura, andando all’ospedale se ce ne è bisogno, ascoltando i medici. In fine gli ho spiegato pure che per le persone anziane e già malate il coronavirus è molto pericoloso, tanto da portare alla morte; lo sanno, è la verità, sennò non si capirebbe perché tanta urgenza di stare a casa. Mia figlia e mio figlio hanno annuito soddisfatti di aver capito, tanto che mia figlia ha replicato:” sai mamma perché si chiama coronavirus, perché pensa di essere il re, il più forte di tutti!” Come darle torto?

Per oggi è tutto. Stando a casa o per chi può in giardino, godetevi la compagnia dei vostri figli, paradossalmente questo tempo è prezioso. Ora come mai auguriamoci che vada tutto bene, portiamo la speranza nel cuore, facciamola sentire ai nostri figli, uniti lo sconfiggeremo questo virus con la corona. Ecco, vi lascio qui sotto una simpatica spiegazione in spagnolo per i bambini, da vedere insieme ai piccoli.

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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