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La convivenza durante il Covid-19: dalla letizia all’incubo, poi la speranza

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Dove abito, a Barcellona, ormai sono tre settimane di confinamento da Covid-19. Non sono mai uscita, neanche per buttare la spazzatura, battuta che gira nelle chat, per esaltare questo un nuovo sprazzo di mondanità. Per me neanche quello, e neanche per i miei figli. No, non abbiamo una casa puzzolente, il fatto è che ci va mio marito ogni tre giorni, refurtivo, di notte verso le ore 23 di sera, così non trova proprio nessuno, neanche il disubbidiente di turno. Tornando mi ha detto più volte che fuori c’è uno scenario quasi spettrale.

Da qui, da questo spunto vorrei partire oggi: la convivenza durante questa quarantena. Partiamo dal fatto che siamo persone diverse e che già da prima del confinamento potevamo affermare che abitare con qualcuno, per quanto si ami, non sia facile. Al giorno d’oggi ci troviamo oltre tutto con l’obbligo di doverlo fare, ci piaccia o no. La prima discussione con mio marito ce l’abbiamo avuta proprio per quanto riguardava l’andare a buttare la spazzatura e fare la spesa. Due abitudini più che scontate solo quattro settimane fa, ma che oggi, per me come per altre persone, sono diventate un miraggio di libertà. Mio marito mi ha proibito di uscire. All’inizio il mio lato femminista e il mio amor proprio da portatrice di una bandiera giustizialista universale si è ribellato:” ma come non posso uscire? Voglio andare a fare la spesa!” Poi però il mio lato da donna responsabile ha preso il sopravvento e ha cominciato a ragionare. Come posso uscire e pensare di infettarmi avendo due bambini piccoli, mettendo di conseguenza in pericolo per esposizione indiretta mio marito, che due anni fa ha avuto una polmonite? Il buon senso mi ha fatto rispondere decisa a questa domanda. No. Non posso uscire. Mi sentivo sollevata. La decisione finale l’avevo maturata con la mia testa, così l’ho potuta accettare con serenità. Tra l’altro mi ricordo che una sera a cena anche mia figlia di soli cinque anni mi ha chiesto:” Mamma, ma se tu e papà vi ammalate di coronavirus, poi chi ci sta con noi?”. Ecco, l’intelligenza spontanea e lineare di una bambina che coglie con semplicità la soluzione sul da farsi. Rimanere a casa. E così sto facendo da brava donna ligia al dovere e solidale con il mondo umano rinchiuso là fuori.

Oggi mi sono concessa alcuni raggi di sole sul balcone che abbiamo in salotto, mi sono sentita come una pianta che attua la fotosintesi clorofiliana. I raggi entravano anche dalla finestra della mia camera, perciò i miei bimbi si sono sdraiati al sole sul lettone di mamma e papà con la finestra aperta, la primavera li è venuti a salutare e loro hanno ricambiato, per quel che si può.

Nel precedente articolo vi ho spiegato la mia visione riguardo a Madre Natura che si sta riprendendo i suoi spazi, che necessita del tempo per disintossicarsi da ciò che questi suoi ospiti maleducati, chiamati essere umani, hanno perpetuato con l’inquinamento da troppi decenni. Ora Madre Natura ci ha intimato di tornare alle nostre tane e di rimanerci per un po’, almeno finchè l’aria del Pianeta Terra non si sia depurata per bene. Alla luce di questo si sono avvistati delfini che nuotavano vicino alle coste della Catalogna, liberi e spensierati. Insomma ora gli animali stanno tiranto un grande sospiro di sollievo, l’uomo si è ritirato. Come umana ecologista ne sono contenta, però devo pensare anche alla salute psicologica dei miei figli, di mio marito, e mia.

Tornando la tema centrale dell’articolo, cioè la convivenza forzata, posso raccontarvi che all’inizio non è stata facile. Mio marito e io discutevamo per tutto. I nervi erano tesi, ognuno doveva scaricare tensione accumulata: la palestra è chiusa, la piscina neanche a dirlo, insomma il cambiamento si è sentito forte e chiaro, per noi, come per tante, tante persone e famiglie. I nostri bambini invece seguivano tranquilli. Dopo la spiegazione che gli ho fornito sul coronavirus e l’importanza di rimanere a casa, hanno accettato la nuova situazione con serenità, davvero, devo fargli i complimenti, molto bravi. Sanno usare la fantasia, se giocano a stare al mare, per loro il mare in quel momento c’è davvero, questa è una qualità che gli adulti hanno perso diventando grandi. Invece penso sia un bene conservare la capacità di usare la fantasia. Sono gli adulti invece che spesso si complicano la vita, con i pensieri, con le paranoie. Dopo l’ennesima discussione per delle cavolate, durante la riconciliazione mio marito e io abbiamo colto l’occasione per chiarire alcuni punti che forse da tempo dovevamo riportare alla luce. Insomma dal lato negativo siamo passati al lato positivo e ora va molto meglio, con una nuova consapevolezza sulle spalle. Come dicevo di solito i motivi delle litigare tra coniugi sono piccole cose legate alla quotidianità, che nella normalità si risolvono con una chiacchierata lì dove se c’è amore, altrimenti diventano dei veri e propri momenti di incubo e di immeritata paura. Mi sto riferendo alla realtà che vivono alcune donne e alcuni bambini maltrattati. In questi lunghi giorni di confinamento il mio pensiero va a loro. Proprio perché nel mio piccolo all’inizio di questa quarantena ho vissuto “scosse di terremoto” emotive a causa di questa convivenza forzata, oggi posso dire che il mio cuore vorrebbe donare la forza a tutte quelle donne, che i questi giorni patiscono in modo molto più doloroso, a causa di una dose doppia di convivenza. So che in Catalogna i Mossos d’esquadra, la polizia locale della Comunità Autonoma, ha incentivato il servizio di aiuto nei confronti di queste donne. C’è anche un numero telefonico importante, lo 016 in Catalogna, da comporre per chiedere aiuto e supporto. Dall’altra parte rispondono sociologi e psicologi competenti, che hanno come missione quella di aiutare queste donne e bambini maltrattati da questi sporchi orchi (non me la sento neanche di chiamarli “uomini”, perché non sono degni di questo appellativo). La mia solidarietà è molto forte nei confronti di queste persone colpite, ancora di più durante questa dura quarantena. Se da una parte, come vi ho raccontato nel mio precente articolo, è in atto la “Rivoluzione dei bambini”, che si ritrovano per la prima volta tante ore a casa circontati dalle attenzioni di mamma e papà, dall’altra parte ci sarà purtroppo anche chi vive tutto ciò non con il sorriso e spirito di solidarietà, come si dovrebbe fare, ma con angoscia, con rabbia, con sfrustazione, con un senso di disorientamento così grande, perché sfocia in tragedia. Ecco, alla luce di questo mi senti di donare supporto, per quello che posso fare, cioè poco, ma con questo blog, in particolare con questo articolo, vorrei creare delle riflessioni che possano donare coraggio, o almeno una goccia di coraggio, che poi porti queste donne colpite alla consapevolezza; bisogna chiedere aiuto alle persone competenti che solo aspettano di aiutarle, bisogna donarsi l’opportunità di poter cambiare vita. Immagino che non sia facile, ma bisogna provarci. Durante questa quarantena da coronavirus abbiamo maturato il fatto che tutto può accadere, nel bene e nel male. Mai più potremo dare per scontato quello che avevamo. Ne usciremo, sicuro, ma cambiati. Nuovi valori, nuova consapevolezza, nuove abitudini. Stiamo ancora nel tunnel, ma la luce a un certo punto arriverà, non vi scoraggiate, pensate al valore della solidarietà e all’unione universali. Forza.

Lasciatemi un commento qui sotto, un punto di vista della vostra quarantena

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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