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Sentirsi soli all’estero

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Come mamma è difficile che mi senta sola, anche se vivo all’estero. La mole di attività per una mamma sia lavoratrice, cha a tempo pieno come me, è alta e incalzante. Eppure durante questi utimi anni varie persone mi hanno chiesto se mi sentissi sola. Per fortuna, come vi dicevo non ne ho avuto il tempo, forse a volte mi sono sentita più sola quando ero single e vivevo a Roma. Per quanto mi riguarda, la scelta di vivere fuori dall’Italia per me è stata una scelta entusiasmante, e lo dico spesso ai miei familiari, uno dei periodi più felici della mia vita. Tra l’altro, durante il primo periodo in cui ci si trasferisce, sembra un po’ come di stare continuamente in vacanza, poi se la città scelta è Barcellona, vi assicuro che questa sensazione è ancora più forte. A dir la verità dopo vari anni ancora provo questo questo stato d’animo. Mi piace scoprire cose nuove, posti nuovi, situazioni nuove. Vivere fuori è un po’ come stare continuamente in viaggio, e a una persona che piace l’avventura come me, è molto stimolante. Però oggi vorrei soffermarmi su quelle persone che soffrono un sentimento di solitudine, perché vivono all’estero. Parlo soprattutto di genitori con figli.

Covid o non Covid sappiamo che vivere all’estero è dura per vari motivi. E allora perché viverci? vi chiederete. Beh, per altri. Vivere in un posto che non è il tuo luogo nativo fa aprire la mente. Proprio oggi ne parlavo con un’altra ragazza conosciuta in un parco di Barcellona. Per quanto mi riguarda vivo fuori dall’Italia dal 2013, ma spesso mi sento di chiedermi: perché? Ora penserete che le risposte siano facili, da una parte lo sono, ma dall’altra sono più complesse, più profonde. Sono quasi sette anni che vivo in Catalogna e non mi sono mai sentita sola, anzi stimolata, però quello che spesso ho provato è una sensazione di dubbio affettivo, nel senso che a volte mi chiedo: ne vale la pena stare fuori e non godersi la famiglia e i parenti in terra nativa? Perché sacrificare il tempo che si potrebbe passare insieme ai cari per vivere all’estero? I motivi sono molteplici: dall’organizzazione, alla qualità della vita, alle possibilità di lavoro, alla sete di avventura e di realizzazione personale. Prima di tutto bisogna diversificare: ci saranno italiani che vivono in posti più lontani e altri invece più vicini rispetto all’Italia, in questo caso la lontananza si sentirà a malapena. Ci saranno poi quelli che hanno un buon rapporto con le famiglie di origine, per i quali sarà più difficile affettivamente vivere questa lontananza, mentre per chi non ci va d’accordo sarà forse più terapeutico. Bisogna inoltre considerare quegli italiani che vivono in Paesi con culture molto differenti e altri che invece vivono in posti dove questa è più o meno simile, come nel caso degli italiani che hanno scelto Barcellona. La tradizione mediterranea ci avvicinaagli autoctoni, in questo caso i catalani. Per fortuna anche sul mangiare siamo abbastanza affini, e per un italiano questo è importante, ci fa sentire come a casa.

Sentirsi soli può succedere, soprattutto nel quotidiano, quando ci si rende conto di non avere aiuti familiari all’occorrenza, chhe possano risolvere dei problemi di organizzazione logistica, specie se lavorano tutti e due i genitori. Questo tema l’avevo già sviluppato in un precedente articolo, mi sta a cuore. Come mamma a tempo pieno avrei bisogno ogni tanto di un cambio, per avere del tempo per me. Ne ho, ma ne ho poco, per ora me lo ritaglio per scrivere il blog e per studiare il catalano.

Eppure la sensazione di dubbio se stare all’estero, seppur vivendoci bene, o tornare in patria, dove si avrebbero più aiuti, ogni tanto ricorre. Soprattutto quando si fanno nuove conoscenze italiane, come mi è successo stamattina. Molte famiglie originarie dell’Italia che vivono a Barcellona potrebbero sentirsi sole, anche perché la cultura catalana per alcuni versi potrebbe sembrare “fredda”, rispetto al calore umano che ci ricordiamo in patria, ma anche in questo caso bisogna diversificare, non si può generalizzare. Il paragone è simile a quello che in Italia potremmo fare vivendo l’accoglienza di uno del Centro-Sud invece che uno del Nord, mi raccomando ci tengo a dire, senza generalizzare. I catalani hanno un modo di fare piuttosto riservato, al principio per chi non li conosce possono sembrare anche snob, ma poi credetemi, bisogna imparare a capirli, alla fine vi sorprenderanno. Da quando poi sto studiando la loro lingua ufficiale, il catalano, appunto, mi si sono aperte le porte dell’accoglienza. In Sociologia si studia come sia importante essere ammessi e riconosciuti nel gruppo dei pari. Essendo io una straniera, potrei sentirmi diversa da loro, non accettata, ma non è questo che provo, non l’ho mai sentito, anzi. Al contrario, secondo me i catalani sono accoglienti, seppur con il loro carattere che a volte potrebbe risultare distaccato. Ciò che mi ha conquistato di loro è il grande senso civico per il bene pubblico, l’organizzazione sociale pro famiglie, il fatto che vogliano vivere in maniera più comoda, che siano lavoratori e “festaglioli” insieme. Per una romana come me, ciò che ho trovato è un grande tesoro sociale. Ecco perciò uno dei motivi per ii quale mi piace e scelgo di vivere all’estero, a Barcellona.

Il mio approccio con i catalani è di fare il primo passo prosociale, di dimostrarmi aperta e socievole con loro, funziona. Non è una tattica, mi viene spontaneo farlo, per carattere e per educazione, è un atteggiamento di apertura sociale che vi consiglio. Insomma è qualcosa che succede in tutto il mondo, di conseguenza anche all’estero: se uno va in pace, riceverà pace, se uno semina attrito, riceverà attrito, questa è una comunicazione universale. Per non sentirsi più soli in terra straniera il mio consiglio è quello di aprirvi per primi all’altro, di fare il possibile per capire la cultura del posto, non pretendere nulla, ma di andare in pace pieni di voglia di sentirsi parte del tutto.

Che ne pensate? Vi è mai successo di sentirvi soli in terra straniera? Come lo affrontate?

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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