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Primo caso di bimbo positivo in classe di mio figlio a Barcellona

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Dopo due settimane dall’inizio della scuola il primo caso si è verificato. È successo la settimana scorsa nella scuola catalana dei miei figli a Barcellona, in particolare in una classe dei più piccoli (P3). La direttrice chiamò subito i genitori e ci informò della situazione: “c’è un bimbo in classe di suo figlio che è positivo.” Eccola là, iniziamo subito, ho detto troppo presto che cambiavo vita, anzi la prossima volta misà che non lo dico proprio. La direttrice continuava la comunicazione informandoci che dopo due giorni avrebbero realizzato a tutti i bimbi a scuola il tampone, chiamato PCR.

Qualche giorno prima infatti avevo firmato l’autorizzazione sulla quale avevo specificato che sarei voluta essere presente, e così è stato. Mio figlio e io ci siamo recati insieme a scuola nell’ora stabilita e abbiamo trovato nell’infermeria due personaggi bardati e protetti da cima a fondo, proprio come quelli che prima del coronavirus si vedevano solo nei film, ma che ora si vedono di frequente nei telegiornali. Mio figlio nel vederli ha cominciato a piangere, perché si ricordava dell’esperienza vissuta in Italia a fine luglio, quando in un pronto soccorso gli fecero il doppio tampone, quello in gola e quello nasale, andando in entrambi i casi in profondità. Povero stellino, mi ricordo quanto piangeva, lo abbiamo dovuto tenere in tre per farglielo. Quel giorno andammo al pronto soccorso per un motivo diverso dal Covid, ma come sappero che venivamo da Barcellona si attuò il protocollo anticoronavirus e subito gli fecero il tampone. Alla fine il risultato fu NEGATIVO.

Questa volta invece a Barcellona, nell’infermeria della scuola, gli hanno fatto un tampone leggero, non invasivo, entrando nelle narici solo massimo due centimetri. Sono stati bravi, è andata meglio anche come impatto emozionale. Essendoci il fine settimana di mezzo, abbiamo ricevuto il risultato solo il lunedì seguente. Purtroppo, a causa di questa attesa, abbiamo dovuto cancellare la festa per mia figlia, che proprio quella domenica compiva sei anni. Niente, quest’anno è andata così. Tra l’altro il compleanno sarebbe stato al parco con un massimo di dieci persone, così le norme locali. Quel giorno coincideva con l’abbassamento delle temperature, meglio allora che lo abbiamo cancellato. Infatti il risultato è stato tutti a casa a starnutire, guardandoci negli occhi, stralunati, con il dubbio che fosse Covid. “E se ce lo siamo preso?”, chiedeva mio marito. “Ci metto la firma se fosse solo un raffreddore!”, così gli rispondevo. Parlo con rispetto, non si dimenticano i morti e le persone gravemente malate per il coronavirus, ma conoscendo gli altri dati dei contagiati asintomatici a Barcellona, uno pensa in “positivo”, nel senso, speriamo che mi venga in forma lieve, anche se è meglio proprio non prenderselo. Però, facciamo l’ipotesi di esserselo preso in forma lieve o di averlo avuto asintomatico, beh, una volta fuori dai giorni di confinamento poi ti cambia la vita, uno affronterebbe questa pandemia con un altro spirito, di sicuro con più leggerezza, con meno ansia. Voi che ne pensate? Purtroppo però non sappiamo in quale modalità ci prenda fino a che non lo contraiamo. Gli esperti parlano di predisposizioni genetiche. Speriamo bene, sempre. In Catalogna i numeri sono alti, per non parlare di tutta la Spagna, il primo paese in Europa con più contagiati. Qui il mio plauso va all’Italia che ha organizzato e controllato molto meglio. Noi però viviamo a Barcellona, perciò dobbiamo fare i conti con questa realtà. Devo fare i complimenti però anche alla scuola catalana dei miei figli, perché alla fine il risultato di mio figlio, così come di tutti i suoi compagnetti di scuola, è stato NEGATIVO. Ciò vuol dire che le misure di sicurezza usate a scuola funzionano.

Pur essendo il risultato del cosidetto “gruppo bolla” negativo, il protocollo ci invitava a stare a casa tutta la settimana, e così abbiamo fatto, perciò i bimbi ritorneranno a scuola lunedì 5 ottobre. Per osservare meglio questo confinamento, le maestre ci hanno dato del materiale da usare a casa per intrattenere i bimbi: colla, fogli colorati, pongo, cartellina, cartoncini, insomma abbiamo lavorato insieme a casa. I compiti erano di scegliere un animale del mare per proporlo come nome della classe. Mio figlio durante la sua prima videochiamata con la maestra ha proposto “pesce spada”. La maestra è rimasta contenta e ha esclamato “que chulo!” Questa la nostra prima esperienza, essendo stati loro i primi della scuola ad essere confinati. Ho chiesto alla maestra come stesse il bimbo positivo, però non chiedendo per la privacy chi fosse. Mi ha risposto che ora stava meglio, dopo quattro giorni di febbre. Un’altra curiosità è che i genitori e il fratello del bimbo infetto sono risultati negativi, vai a capì perché? Meglio così.

Insomma viviamo in un’epoca particolare, dove il “qui e ora” (hic et nunc latino) è prioritario. Non si possono fare progetti e piani neanche dopo una settimana. Rimaniamo pazienti. Mia figlia per protocollo della scuola ha continuato ad andarci e a uscire. Avendo lei sei anni e facendo la prima elementare deve portare la mascherina tutto il giorno, tranne quando mangia e quando fa educazione fisica, però non si lamenta, conosce i motivi, capisce.

Concludo svelando il segreto contemporaneo, dal protocollo alla quotidianità: per quello che si può e con tutte le misure di sicurezza bisogna fare vita normale (con la speranza nel cuore). Ne usciremo.

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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