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Perché raggiungere il livello C1 di catalano

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Oggi rompo il silenzio. Il mio tacere online era volontario, sono stata impegnata con l’ultimo grande esame, quello per ottenere il tanto ambito livello C1 di catalano. Già sapete, ma vi rinnovo l’info: sono italiana di Roma, ma vivo a Barcellona da più di 7 anni. Appena arrivata ho iniziato a studiare il castigliano, come fa la maggior parte delle persone straniere, poi dopo qualche anno, quando mia figlia aveva compiuto 3 anni e mezzo e mio figlio appena 1, mi sono iscritta al corso basico di catalano. Mi sono subito appassionata. Ricordo che studiavo con voracità. Dopo vari anni, durante i quali svolgevo per scelta solo il ruolo di mamma a tempo pieno, avevo voglia di riprendere in mano il mio lato di studentessa. Ricordo che da ragazza mi piaceva studiare, prima durante il liceo classico, poi all’università.

Ora riprendo da madre, con le lingue. Certo, all’inizio mi organizzavo con il poco tempo che avevo a disposizione, per esempio quando mio figlio dormiva e mia figlia stava a scuola. Poi la sera, di corsa a studiare appena i bimbi si addormentavano dopo cena, verso le 21. Mio marito brontolava un po’, non passiamo la serata insieme, diceva, ma sentivo che dovevo farlo, lo studio mi riaccendeva la mente, il cuore, la mia personalità. E poi, parlando da sociologa, avevo la sensazione che studiando il catalano mi sarei avvicinata di più alla cultura autoctona, avrei capito meglio questi abitanti che ci tengono a essere considerati diversi dal resto degli spagnoli. Quando studi il catalano e cominci a parlarlo in giro, ti accorgi che la realtà intorno inizia a mutare. Per esempio, quando entri in un negozio e inizi con un “bon dia“, già noti un cambiamento nell’aria: è che ai catalani piace che gli si parli catalano, non c’è niente da fare. Quasi tutti hanno il doppio cip nel cervello, sanno parlare entrambe le lingue ufficiali con una disinvoltura disarmante, mi colpisce ogni volta, soprattutto quando si tratta di persone di una cerca età. È inutile dire che si sentono più comodi a usare la lingua autoctona nella quale si riconoscono come identità sociale, e si sorprendono, si aprono, si rallegrano quando sentono che tu, italiana, hai fatto lo sforzo di apprendere il loro idioma, quello meno scontato. Anche perché, tra le due lingue ufficiali, il catalano è quella più complessa. Insomma, ho intrapreso questa strada di studio, di integrazione, di avvicinamento culturale che consiglio a tutti gli italiani che vivono a Barcellona. Fatelo, e fatelo al più presto, vi sentitete più inseriti e vedrete scomparire magicamente quella nebbia di freddezza che a volte si percepisce nei negozi. Parlate catalano, studiatelo e vi si aprirà un’altra Barcellona.

Questo articolo l’ho buttato giù anche per sottolineare il rispetto che insegno ai miei figli. Entrambi sono nati a Barcellona, ma da genitori italiani. Frequentano la scuola catalana, vuol dire 8 ore al giorno d’attività in lingua. Lo sforzo c’è, considerato che a casa parliamo solo italiano. I bimbi apprendono in fretta, si sa, però ciò non esclude il fatto che esprimersi nella lingua materna sia più comodo, più spontaneo, più immediato. Per questo motivo penso che il mio studio sia stato anche un incentivo per i miei figli, della serie, non solo voi vi state sforzando, anche mamma lo fa, vicino a voi, stiamo tutti nella stessa situazione. E così è stato. Per poterlo fare bene, ho messo da parte l’uso del castigliano. Perché? Vi chiederete. Ve lo spiego subito. Essendo l’italiano, il catalano e lo spagnolo lingue “sorelle”, mediterranee, con il “nonno” il latino dietro le spalle a saldare le radici nella terra, sentivo di avere una grande confusione in testa. Mettendo da parte lo spagnolo, me la sono vista meglio solo con il catalano e l’italiano.

C’è voluta costanza, molta pazienza e determinazione. I professori di catalano erano molto esigenti; più avanzavo di livello più erano pignoli. Bisognava resistere. Molte persone che conosco hanno mollato, perché, credetemi, a volte sono pesanti, correggono ogni virgola, si soffermano su dettagli per loro rilevanti, che magari per te non lo sono tanto. Di conseguenza, anche lì bisogna entrare nella loro mentalità. Per quanto mi riguarda avevo deciso che volevo arrivare al traguardo, e così mi sono messa sotto. Da settembre, o meglio, da quando entrambi i miei figli hanno iniziato la scuola, mi sono messa a studiare fino a 4 ore al giorno! Ero decisa ad arrivare, e ad arrivare bene. E così è stato. Mi sono presentata all’esame finale, a quello con l’eliminazione diretta per il livello C1, con un’ottima media. La prova finale è durata 3 ore, tanta roba, tanti dubbi, tante frasi idiomatiche. Fino alla fine ci speravo, ma avevo paura di non averla passata. Agli esami gioca un ruolo importante la concentrazione, ma anche l’emozione e il timore, è normale, sorgono dubbi. Poi ho lasciato da parte tutto, ho passato serena le vacanze di Pasqua in Italia, poi rientrata alla base a Barcellona è arrivato il verdetto: l’email del CNL con le congratulazioni, complimenti, hai raggiunto il livello C1 di catalano.

È successo anche a te di confrontarti con una lingua straniera? Come l’hai vissuta?

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Chiara Elia

Nasco a Roma il 18 gennaio 1980. Ho due bambini piccoli, una femmina e un maschio. Sono laureata in Sociologia indirizzo di Comunicazione e Mass Media (tesi di laurea in Sociologia della Famiglia). Ho pubblicato tre libri di poesie, due di favole e un romanzo. Vivo a Barcellona dal 2013. Parlo italiano, inglese, spagnolo e catalano. Ho studiato danza flamenca per più di dieci anni.

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